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La Medicina come l'Africa: un continente "perso"
Anonimo

Della vicenda della cardiologia italiana, nota per i "concorsi truccati" e gli arresti di alcuni dei suoi massimi esponenti, hanno colpito la protervia, la tracotanza, l'ingordigia dei protagonisti che sentivano di detenere un potere assoluto, indiscusso e indiscutibile. Non meno ha impressionato il silenzio assordante con cui si è espressa l'indignazione, che è stata di molti (di quanti nessuno lo sa; forse dei molti che sarebbero una forza "dirompente" se trovasse almeno una sponda?!). La vicenda fa riflettere:
• sui meccanismi concorsuali e le regole che governano la vita, le relazioni e il modo di produrre e trasferire conoscenza delle facoltà di medicina (meccanismi e regole descritti da una buona letteratura come "omertosi" );
• sugli effetti di questo sistema sulla formazione dei medici e sul sistema sanitario; sulla ricerca biomedica e sull'impatto, forte o nullo, che questo settore ha (o potrebbe avere) sullo sviluppo socio economico del Paese. E ancora su molto altro.
C'è un aspetto (protetto da una fitta coltre di ipocrisia) su cui riflettere e che potrebbe essere rappresentato da una domanda: qual è, se c'è, la responsabilità del mondo esterno, in primis della politica e della politica delle istituzioni e degli "intellettuali", verso le scelte e l'evoluzione del mondo medico?
Penso che questa responsabilità ci sia, che sia grande, e che finora sia stata di segno negativo. Per molti anni, e da tante parti, si è invocata l'influenza dei cosiddetti poteri forti, riferiti tante volte con nomi e cognomi di logge, le più varie, le più circostanziate, le più note, le più fantasiose. E, tuttavia, ciò, che è già tanto, non basterebbe a spiegare una situazione ormai storica.

Pregiudizi culturali e politici governano la medicina?
È possibile che pregiudizi culturali e politici concorrano, e pesantemente, a determinare lo stato di cose esistenti? Detto in metafora, quanto pesa il fatto che si pensi alla medicina come al continente africano? Un continente dato per perso, nel senso di irrecuperabile, per cui è vano persino il progetto di un recupero; "perso" nel senso di non più influenzabile, ineluttabilmente destinato alla deriva. O, ancora, che si pensi alla medicina come ad "una terra di malandrini"? Terra ingovernabile, con cui tuttavia si deve fare i conti, si deve trattare. Ma, si sa, è buona regola trattare con chi comanda, con chi ha più potere. Questi atteggiamenti di pensiero sottendono e plasmano il sistema di relazioni che le varie istanze sociali istituzionali politiche hanno verso la medicina? Se queste domande avessero fondamento di realtà indicherebbero un problema da affrontare con urgenza.
Di quella vicenda una circostanza non è marginale. Alcuni di quei protagonisti erano gli esponenti del governo politico dell'università e della sanità regionale e nazionale. Il professor Mariani è stato prorettore con la delega ai problemi sanitari. Sulle linee e programmi che egli indicava girava l'organizzazione dell'intera Azienda Ospedaliera pisana e una parte importante della politica sanitaria della Regione Toscana (come il dipartimento cardio-toracico inaugurato infatti da esponenti di spicco). Era il prorettore di un Rettore (attuale senatore della repubblica eletto in Toscana per i Democratici di sinistra) in carica per più di un decennio, che "agiva" la politica universitaria della "sinistra"; per interi lustri al centro di strategie culturali e politiche di respiro nazionale quale quella delle aziende miste università - ospedale.
Quest'ultima consapevolmente praticata come una scelta strategica per le facoltà di medicina e l'intera sanità Italiana. L'analisi di questo punto richiederebbe ben altro approfondimento; tuttavia, rischiando la semplificazione (ma "le cose sono sempre semplici" secondo Candido descritto da Sciascia), questa scelta si è concretizzata nel metodo come imposizione autoritaria (il decisionismo proposto come virtù necessaria della politica) e, nel merito, come un surrogato misto di due sistemi diversi per finalità, regolamenti, autonomie, ecc. Insomma, un "inciucio" culturale, politico, istituzionale e, forse, effettivamente anticostituzionale in quanto lesivo dell'autonomia universitaria sancita dalla costituzione.

Cosa accade se l'università è ridotta ad un "servizio"?
L'università ridotta a servizio. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Tra le tante ricadute, una: la facoltà di medicina di Pisa retrocede ogni anno di più nelle graduatorie (per quanto queste possano valere, come per esempio quelle di La Repubblica).
Le facoltà di medicina sono sostanzialmente scorporate dal resto dell'università (che, però, per sua sfortuna, non si è liberata di tale peso) e inglobate nelle aziende sanitarie che sono a sistema monocratico. Su questo punto è bene essere molto espliciti: nel sistema sanitario aziendalistico (regolato da una legge firmata da "un grande malandrino" come De Lorenzo!) si vive imbavagliati (cfr. l'articolo "Medici obbligati a subire e tacere", di Mario Pirani, pubblicato su La Repubblica, 23 giugno 2003).
Libertà di pensiero, pluralismo, partecipazione sono aboliti di fatto e di diritto nelle aziende sanitarie la cui gestione è affidata a un potere monocratico, quello esercitato dal direttore generale (quello delle aziende miste è nominato dalla Regione ma deve però "piacere" al rettore dell'università), che sceglie primari, direttore amministrativo e direttore sanitario. Sistema che, fuori dalla falsa metafora della managerialità aziendalistica, configura di fatto un sistema di cortigianerie, con effetti negativi sulla qualità del servizio. È più proficuo adoprarsi per essere accettati a corte piuttosto che studiare.
Per beffa della storia, nella facoltà di medicina di Pisa si stava verificando una situazione eccezionale: in un quadro di democrazia formale ("una testa, un voto") sono entrati era scena i "peones", così definiti intercettazioni telefoniche quanti si adopravano per superare una gestione storica semplicisticamente descrivibile come governata da "una cupola" (alcuni personaggi "ad alto peso specifico" hanno rivendicato pubblicamente l'appartenenza ai "peones"; ad altri peones a minor peso specifico si consiglia di tacere). No, certo, non era in corso la "purificazione democratica verso sorti luminose e progressiva della Medicina Pisana". Era tuttavia una situazione storicamente eccezionale, per la potenzialità di democrazia sostanziale e perché conteneva fermenti di rinnovamento. Un flebile vagito, che solo orecchie politicamente sensibili avrebbero, da posizioni di governo, potuto ascoltare. Niente di quel poco ha trovato sponde all'esterno della facoltà, tra le istanze politiche culturali istituzionali e sociali. Eppure, la selezione degli interlocutori all'interno dell'accademia è già una scelta politica, contiene in sé programmi e indirizzi. Stimola o soffoca la partecipazione, il dibattito il pluralismo, la libertà di pensiero.

La ricerca medica attuale, la sanità, quale uomo concepiscono, quale salute?
Nel caso specifico della cardiologia, suona beffardo che dalla comunità scientifica americana (per noi gold standard della ricerca scientifica) siano arrivati riconoscimenti espliciti e numerosi sulla eccellenza della cardiologia italiana ("We could all learn from italian cardiologists", Am Heart J 2004, Agosto, 148;2). Ma oltreoceano intendevano l'altra cardiologia, quella che è altrove, che non smanica nei barili del potere, quella non riconosciuta come espressione di accademia "prestigiosa" e "di eccellenza" (aggettivi che abbondano nella provincia) con cui non "si intessono trattative".
Che senso ha dissezionare le responsabilità delle altre istanze sociali e politiche che sono marginali rispetto a quelle enormi che sono dell'accademia?
Primo, i "malandrini" diventano "grandi malandrini" esercitando il potere assistenziale: un chirurgo o un medico che non opera e non visita per conto del servizio sanitario nazionale non sarà mai né grande né potente né ricco. Secondo, il livello delle richieste delle varie istanze sociali e istituzionali verso le facoltà di medicina può essere fissato molto più in alto. In un punto non subordinato ai piccoli interessi di chi dirige l'accademia con occhi miopi e senza orizzonti. Per ricordare a chiunque abbia o scelga un ruolo di governo nell'università che, se l'autonomia è garantita dalla costituzione, mai e poi mai deve consentire una gestione "famigliare".
E, per favore, non tiriamo in ballo solo l'etica o la bioetica per farne una bella tavola rotonda. Sono questioni politiche, culturali, di un riscatto umanistico della scienza medica moderna che, sotto lo sfavillio di successi, nasconde una crisi epistemologica grave. Quale uomo concepisce, quale salute?! Quali orizzonti, quali miti, quali inganni guidano la ricerca medica attuale?
In un epoca di globalizzazione, a nessuno, a nessun livello di governo è consentito di ignorare i grandi problemi (appunto perché globali) della medicina di oggi. Qualunque livello di governo dovrebbe essere vissuto con la responsabilità che avrebbe un ipotetico ministro della sanità mondiale. L'assenza di ricerca medica indipendente dalle multinazionali della salute si riverbera ad ogni livello dei servizi sanitari. Di ogni stato, di ogni regione.
Insomma: è tempo di sostituire le trattative con i "poteri forti" con la trattativa con i "valori forti".